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Incarto n. |
Lugano
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In nome |
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La Camera civile dei reclami del Tribunale d'appello |
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composta dei giudici: |
Giani, presidente, Fiscalini e Bozzini |
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vicecancelliera: |
Jurissevich |
sedente per statuire sul reclamo del 19 gennaio 2016 presentato dalla
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RE 1
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contro la decisione emessa il 2 dicembre 2015 dal Pretore del Distretto di Lugano, sezione 2, nella causa SE.2013.29 (contratto di lavoro) promossa con petizione del 17 gennaio 2013 da |
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CO 1 |
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esaminati gli atti
Ritenuto
in fatto: A. Il 1° settembre 1979 CO 1 è stato assunto dalla RE 1 di __________, società attiva nella fabbricazione e nel commercio di articoli in resine termoplastiche, svolgendo da ultimo la funzione di manutentore/addetto alla sicurezza, per uno stipendio lordo mensile di fr. 4300.– oltre alla tredicesima. Il rapporto contrattuale tra le parti era retto da un contratto collettivo aziendale di lavoro sottoscritto dalla datrice di lavoro con il sindacato __________. Nel 2011 la ditta ha proposto ai suoi dipendenti frontalieri il versamento dello stipendio in Euro. Malgrado l'opposizione del sindacato, il 30 agosto 2011 la datrice di lavoro ha proposto e fatto sottoscrivere a CO 1, come ad altri dipendenti frontalieri, il seguente accordo concernente “il pagamento in valuta Euro del salario”:
“Con la presente, in conformità alla Legge sul lavoro ed in deroga agli
attuali e vigenti contratti in essere con la Scrivente, accetto e concordo con RE
1 di ricevere il pagamento del salario in valuta Euro, al cambio convenuto di
€ 1.42. Sono stato messo al corrente che tutte le altre condizioni contrattuali
restano invariate. Questo accordo valido dalla data di sottoscrizione e retroattivo
per la mensilità di riferimento. È possibile, da ambo le parti per la fine di
un mese e con preavviso di mesi tre, revocare il presente accordo; altresì in
caso il Consiglio Federale o Istituzione paritaria definisca un cambio fisso delle
valute, a partire il mese successivo il cambio sarà adeguato.”
Il 31 agosto e il 28 settembre 2011 il sindacato __________ ha contestato la citata convenzione e ha chiesto alla RE 1 di ritornare a versare il salario in franchi svizzeri, così come di rifondere ai dipendenti “quanto arbitrariamente trattenuto” a seguito del pagamento del salario in valuta Euro al cambio fisso di 1 Euro = 1.42 CHF. Nel corso del 2012 la datrice di lavoro ha disdetto il rapporto contrattuale con CO 1 con effetto al 30 giugno 2012, adducendo l'esistenza di motivi di riorganizzazione aziendale.
B. Ottenuta l'autorizzazione ad agire, con petizione del 17 gennaio 2013 CO 1 ha convenuto la RE 1 davanti al Pretore del Distretto di Lugano, sezione 2, per ottenere il pagamento di fr. 6463.99 netti oltre interessi al 5% dal 1° luglio 2012, corrispondenti alla differenza tra il salario netto versato dal mese di agosto 2011 al mese di giugno 2012 calcolato al cambio di
€ 1 = fr. 1.42 e quello calcolato al tasso di cambio medio mensile. Nelle sue osservazioni del 25 febbraio 2013 la convenuta ha proposto di respingere la petizione. All'udienza del 10 aprile 2013, indetta per il dibattimento, il Pretore ha congiunto la causa per l'istruttoria con quella promossa da un altro dipendente contro la medesima convenuta (inc. SE.2013.58). In tale occasione, le parti hanno confermato il loro punto di vista. Esperita l'istruttoria, le parti hanno rinunciato al dibattimento finale, limitandosi a conclusioni scritte. Nei loro memoriali dell'11 e del 15 ottobre 2013 esse hanno quindi riaffermato le loro posizioni.
C. Statuendo il 2 dicembre 2015 il Pretore ha accolto la petizione, obbligando la convenuta a versare all'attore fr. 6463.99 netti oltre interessi al 5% dal 1° luglio 2012 e a “regolarizzare gli oneri sociali di pertinenza di CO 1 versando agli enti preposti i contributi dovuti per l'importo salariale riconosciuto”. Non sono state prelevate spese processuali, ma la convenuta è stata tenuta a corrispondere all'attore fr. 900.– per ripetibili.
D. Contro la decisione appena citata la RE 1 è insorta a questa Camera con un reclamo del 19 gennaio 2016, chiedendone l'annullamento e la riforma nel senso di respingere la petizione. Nelle sue osservazioni del 3 febbraio 2016 CO 1 ha concluso per la reiezione del reclamo.
Considerando
in diritto: 1. Le decisioni emanate nella procedura semplificata sono impugnabili, trattandosi di controversie patrimoniali con un valore litigioso inferiore a fr. 10 000.–, con reclamo entro trenta giorni dalla notificazione (art. 321 cpv. 1 CPC). Nella fattispecie la decisione impugnata è pervenuta alla patrocinatrice della convenuta il 4 dicembre 2015. Il termine d'impugnazione ha iniziato a decorrere il 5 dicembre 2015, è rimasto sospeso dal 18 dicembre 2015 al 2 gennaio 2016 incluso (art. 145 cpv. 1 lett. c CPC), ha ripreso a decorrere il 3 gennaio 2016 e sarebbe scaduto martedì 19 gennaio 2016. Introdotto l'ultimo giorno utile (cfr. attestazione postale sulla busta d'invio raccomandato), il reclamo in esame è pertanto tempestivo.
2. Secondo l'art. 320 CPC con il reclamo può essere censurata l'errata applicazione del diritto (lett. a) e/o l'accertamento manifestamente errato dei fatti (lett. b). L'autorità di reclamo esamina con pieno potere di cognizione le censure concernenti l'errata applicazione del diritto – federale, cantonale o estero – da parte del giudice di prime cure. Spetta al reclamante, pena l'irricevibilità del suo reclamo, spiegare in modo conciso in cosa consista la violazione del diritto e su quali punti il giudizio contestato viene impugnato (DTF 134 II 246 consid. 2.1). Per quanto concerne invece i fatti, l'autorità di reclamo ha un potere di cognizione limitato, potendo rivedere i fatti soltanto se essi sono stati accertati in modo manifestamente errato. Anche in tal caso occorre in particolare esporre le critiche in maniera chiara e circostanziata, accompagnandole da un'argomentazione esaustiva. La definizione di "manifestamente errato" corrisponde a quella dell'arbitrio (art. 9 Cost.) nell'apprezzamento delle prove o nell'accertamento dei fatti. Per motivare l'arbitrio non basta criticare semplicemente la decisione impugnata contrapponendole una versione propria, ma occorre dimostrare per quale motivo l'accertamento dei fatti o la valutazione delle prove sarebbero manifestamente insostenibili, in aperto contrasto con la situazione reale, gravemente lesivi di una norma o di un principio giuridico chiaro e indiscusso oppure in contraddizione urtante con il sentimento di giustizia e d'equità (DTF 140 III 19 consid. 2.1 con rinvii). Un apprezzamento delle prove è arbitrario solo quando l'autorità inferiore abbia manifestamente disatteso il senso e la rilevanza di un mezzo probatorio o abbia omesso, senza fondati motivi, di tenere conto di una prova importante, idonea a influire sulla decisione presa; oppure quando, sulla base degli elementi raccolti, essa abbia fatto delle deduzioni insostenibili (DTF 140 III 266 consid. 2.3 con rinvii).
3. La reclamante chiede di acquisire agli atti l'incarto penale n. 2012.12112 aperto dal Ministero pubblico. La prova, richiesta per la prima volta in questa sede, è nuova e quindi inammissibile. In effetti, nella procedura di reclamo, salvo casi che qui non ricorrono (art. 326 cpv. 2 CPC), non sono ammesse né nuove conclusioni, né l'allegazione di nuovi fatti, né tantomeno la produzione di nuovi mezzi di prova (art. 326 cpv. 1 CPC; Jeandin in: Code de procédure civile commenté, Basilea 2011, n. 2 ad art. 326).
4. Il
Pretore ha innanzitutto accertato che dal 1° settembre 1979 al 30 giugno 2012
le parti sono state legate da un contratto di lavoro disciplinato, dal 1996, da
un contratto collettivo aziendale e, per quanto in esso non previsto, dagli
art. 319 e segg. CO e che il 30 agosto 2011 il lavoratore ha sottoscritto un
documento redatto dalla datrice di lavoro in cui si dichiarava d'accordo a percepire
il salario in Euro al cambio di 1.42. Egli, rammentato che nel contratto di
lavoro vige bensì il principio della libertà contrattuale, nel senso che le
parti sono libere di stabilire l'ammontare del salario, ha rilevato che tale libertà
è limitata qualora esista un contratto
collettivo di lavoro (CCL) che preveda dei salari minimi imperativi. Ciò premesso, il primo giudice ha
stabilito che a un esame di verosimiglianza “posto
come gli atti e le prove acquisite non permettano valutazioni più
approfondite”, il salario versato in Euro all'attore non appariva lesivo del
minimo contrattuale. Né, a suo parere, la corresponsione del salario in Euro violava
l'art. 323b cpv. 1 CO, secondo cui in caso di accordi in deroga al pagamento
in franchi svizzeri, fermo restando che il pagamento del salario in un'altra
moneta dev'essere fatto al corso del giorno della scadenza e non in base a una
media decennale come avvenuto nel caso concreto. Il Pretore ha altresì
costatato che tra agosto 2011 e febbraio 2012 il cambio medio era di fr. 1.10
per
€ 1 e che l'azienda
applicando un cambio di fr. 1.42 per € 1 ha “voluto attutire le proprie perdite/minori guadagni
legati all'aumento di valore del franco svizzero, nonché fare fronte ad una più
generale difficoltà economica […], riversando in parte il problema sui
lavoratori frontalieri, che si sono visti ridurre sensibilmente il loro potere
di acquisto rispetto al salario in franchi”. Ma, a suo dire, tale misura concretizzava
un inammissibile spostamento del rischio economico e di impresa in capo ai
lavoratori. Per di più, egli ha soggiunto, così facendo, la ditta ha violato il
principio di non discriminazione sancito dall'Accordo tra la Confederazione
Svizzera e la Comunità europea sulla libera circolazione delle persone poiché
ha versato il salario in Euro ai soli lavoratori frontalieri mentre nei
confronti dei lavoratori indigeni non ha preso alcuna misura di contenimento
dei costi. Ne ha concluso, il Pretore, che
l'accordo del 30 agosto 2011, a
prescindere dalla questione, lasciata aperta, se sia inficiato o meno da vizi
di volontà, è in ogni caso nullo. Ciò posto, il primo giudice, considerato che in merito all'ammontare della pretesa e agli interessi
chiesti dall'attore non
sono state sollevate contestazioni dalla convenuta, ha
accolto la petizione.
5. Secondo la reclamante tutti i lavoratori, compreso l'attore, hanno accettato liberamente la proposta di percepire il salario in valuta Euro, al cambio di 1.42, tant'è che dopo la sottoscrizione all'unanimità dell'accordo del 30 agosto 2011 il rapporto di lavoro è proseguito serenamente “senza che nessuna delle parti abbia ulteriormente eccepito alcunché, rispettivamente senza che l'accordo riguardante la modalità di pagamento del salario (ovvero con il cambio da CHF a EURO) fosse stato contestato o disdetto dal lavoratore”. Se non che, la fattispecie data per acquisita dal reclamante, non corrisponde a quella accertata dal Pretore. Dalla decisione impugnata risulta, infatti, che l'accordo concernente “il pagamento in valuta Euro del salario” non è stato sottoscritto da tutti i dipendenti, ma solo dai lavoratori frontalieri. Inoltre, secondo gli accertamenti del primo giudice, “tale manovra aziendale ha creato malcontento tra i dipendenti frontalieri ed ha incontrato l'opposizione del sindacato __________”, il quale con e-mail del 31 agosto 2011 e scritto del 28 settembre 2011 ha contestato la legalità della misura e ha chiesto di ritornare con effetto immediato al versamento del salario in franchi e di corrispondere ai lavoratori frontalieri la differenza tra quanto dovuto e quanto già versato. Premesso ciò, la reclamante si limita a contrapporre la propria versione senza spiegare, perché quella del primo giudice sarebbe manifestamente errata, ovvero insostenibile. Ciò, come si è detto, non basta per dimostrare un accertamento manifestamente errato dei fatti e una valutazione arbitraria delle prove (sopra consid. 2), di modo che non soccorrono motivi per scostarsi dall'accertamento dai fatti effettuato dal Pretore.
6. La reclamante rimprovera al Pretore di avere applicato in modo errato il diritto. A suo avviso, dopo avere correttamente richiamato il principio della libertà contrattuale in relazione alla fissazione del salario, nel ritenere che il pagamento del salario in Euro al cambio di 1.42 è una misura che concretizza un inammissibile spostamento del rischio economico e di impresa in capo ai lavoratori, egli ha erroneamente applicato tale principio. A suo avviso, il primo giudice non ha considerato che il principio della libertà contrattuale permette alle parti di concordare liberamente non solo il pagamento del salario in valuta estera ma anche quale tasso di cambio fisso applicare. Inoltre, essa soggiunge, in virtù dello stesso principio un datore di lavoro può concordare con i lavoratori frontalieri un tipo di remunerazione e con i lavoratori indigeni un altro tipo di remunerazione. La ditta critica poi l'opinione del Pretore secondo cui il pagamento del salario in Euro ai soli frontalieri costituisca una violazione del principio di non discriminazione, sostenendo che nel diritto di lavoro il Tribunale federale applica il principio dell'uguaglianza di trattamento solo per alcuni aspetti mentre per altri applica il principio della libertà contrattuale. E, essa epiloga, nel caso concreto non vi è alcuna discriminazione poiché i lavoratori frontalieri beneficiavano in Italia, loro luogo di residenza, dello stesso potere d'acquisto dei loro colleghi che risiedono in Svizzera.
7. a) Ora, che nel contratto di lavoro viga il principio della libertà contrattuale è pacifico (art. 1 e 19 CO). Le parti possono pertanto convenire sia l'ammontare del salario (art. 322 cpv. 1 CO; Danthe in: Dunand/Mahon, Commentaire du contrat de travail, Berna 2013, n. 12 ad. art. 322) sia che esso sarà versato in valuta estera (art. 323b cpv. 1 CO), così come una eventuale riduzione di salario (sentenza del Tribunale federale 4A_434/2014 del 27 marzo 2015 consid. 3.2 con riferimenti). La libertà contrattuale non è tuttavia assoluta ma ha dei limiti, nel senso che le parti devono rispettare le norme imperative di legge, i buoni costumi, l'ordine pubblico e i diritti della personalità (art. 19 CO; Guillod/Steffen, Commentaire Romand, CO I, 2a edizione, n. 33 ad. art. 19 et 20). In particolare, il versamento del salario in valuta estera non esenta il datore di lavoro dall'obbligo di rispettare i salari minimi previsti nei contratti normali di lavoro o nei contratti collettivi di lavoro. L'art. 357 cpv. 2 CO prevede la nullità degli accordi fra datori di lavoro e lavoratori vincolati da un contratto collettivo che derogano a disposizioni imperative del medesimo – quali quelle che stabiliscono i salari minimi – salvo il caso in cui siano più favorevoli al lavoratore (CCC, sentenza inc. 16.2002.76 del 7 aprile 2003 consid. 5 con riferimenti; Bruchez in: Dunand/Mahon, Commentaire du contrat de travail, op. cit., ad. art. 357 consid. 20). Per l'art. 341 cpv. 1 CO il lavoratore non può inoltre rinunciare validamente ai crediti risultanti da disposizioni imperative della legge o di un contratto collettivo, durante il rapporto di lavoro e nel mese successivo alla sua fine (CCR, sentenza inc. 16.2013.6 del 22 maggio 2014 consid. 5a e 5b).
b) In concreto, la datrice di lavoro, in seguito al rafforzamento dal 2011 del franco svizzero che si ripercuoteva sulle esportazione di merce nella “zona Euro”, mercato che rappresentava il 70% della sua produzione (deposizione di __________ L__________ dell'11 settembre 2013, verbali pag. 2), per evitare di dover ricorrere a licenziamenti o alla chiusura dell'azienda, ha proposto ai lavoratori il seguente accordo:
“Con la presente, in conformità alla Legge sul lavoro ed in deroga agli attuali e vigenti contratti in essere con la Scrivente, accetto e concordo con RE 1 di ricevere il pagamento del salario in valuta Euro, al cambio convenuto di € 1.42. Sono stato messo al corrente che tutte le altre condizioni contrattuali restano invariate. Questo accordo valido dalla data di sottoscrizione e retroattivo per la mensilità di riferimento. È possibile, da ambo le parti per la fine di un mese e con preavviso di mesi tre, revocare il presente accordo; altresì in caso il Consiglio Federale o Istituzione paritaria definisca un cambio fisso delle valute, a partire il mese successivo il cambio sarà adeguato.”
CO 1 ha accettato tale proposta, ciò che ha comportato, tenuto conto che il cambio medio Euro/Franco tra agosto del 2011 e giugno del 2012 (fine del contratto di lavoro) è stato di circa di € 1 = fr. 1.20, una riduzione media del suo salario del 15%. Ciò premesso, occorre esaminare se, per finire, l'accordo in questione non violi norme imperative di legge.
c) Secondo l'art. 324 cpv. 1 CO se il datore di lavoro impedisce per sua colpa la prestazione del lavoro o è altrimenti in mora nell'accettazione del lavoro, egli rimane tenuto al pagamento del salario, senza che il lavoratore debba prestare ulteriormente il suo lavoro. Tale norma pone a carico del datore di lavoro e non del lavoratore il rischio di impresa inerente all'attività economica (DTF 124 III 349 consid. 2a). Il datore di lavoro impossibilitato a fornire ai suoi dipendenti lavoro per un rischio che si situa nella sua sfera di rischio (problemi di liquidità, mancanza di ordinazioni, deficit di gestione, caduta dei prezzi), è tenuto, anche senza colpa, a pagare il salario convenuto. L'art. 324 CO è una norma relativamente imperativa e quindi non è possibile derogarvi a sfavore del lavoratore (art. 362 CO).
Per quel che riguarda la fluttuazione del corso del cambio, essa rientra nella categoria del rischio d'impresa, così il pagamento del salario in una valuta straniera non deve avere per effetto di riversare sul lavoratore il rischio di impresa. Secondo Schwaab, ciò è sempre il caso anche in presenza di una qualsiasi minima variazione (in: Paiement du salaire en euros, adaptation au cours de l'euro: que dit le droit du travail?, Jusletter dell'8 agosto 2011, n. 10-12). Per Brunner/ Bühler/ Waeber/ Bruchez, sembrerebbe essere il caso solo in presenza di un crollo della valuta (in: Kommentar zum Arbeitsvertragsrecht, 2a edizione, n. 3 ad art. 324 CO). Witzig, invece, ritiene che una svalutazione sensibile della moneta estera per rapporto a quella nazionale, comporta il ribaltamento del rischio d'impresa sul lavoratore (in: Droit du travail, Ginevra 2018, pag. 519).
Berger/Matile hanno una posizione più sfumata nel senso che ove il datore di lavori si trovi in difficoltà economiche suscettibili di mettere in pericolo l'esistenza dell'impresa può ridurre i salari dei dipendenti a patto di non creare delle discriminazioni (in: Egalité salariale, Zurigo 2015, pag. 94). Essi, al riguardo, si rifanno a un comunicato del 27 gennaio 2015 della Segreteria di Stato per l'economia (SECO) di permettere le indennità per lavoro ridotto viste “le fluttuazioni monetarie subentrate dopo la liberazione del corso minimo del cambio da parte della BNS essendo eccezionali, dato il volume e l'ampiezza delle ripercussioni sicché non potevano quindi essere considerate alla stregua di un normale rischio aziendale”. In circostanze del genere, andrebbe pertanto esaminato se nel pattuire un tasso di cambio fisso l'azienda non abbia trasferito inammissibilmente il rischio aziendale sui lavoratori. La questione può rimanere indecisa per i motivi in appresso.
8. Trattandosi di lavoratori frontalieri, secondo l'art. 2 dell'Accordo del 21 giugno 1999 tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea ed i suoi Stati membri sulla libera circolazione delle persone (ALC; RS 0.142.112.681), in conformità delle disposizioni degli allegati I, II e III del presente Accordo, i cittadini di una parte contraente che soggiornano legalmente sul territorio di un'altra parte contraente non sono oggetto, nell'applicazione di dette disposizioni, di alcuna discriminazione fondata sulla nazionalità.” L'art. 4 ALC dispone inoltre che il diritto di soggiorno e di accesso a un'attività economica è garantito fatte salve le disposizioni dell'art. 10 ALC e conformemente alle disposizioni dell'Allegato I ALC. L'art. 7 cpv. 1 lett. a ALC ribadisce questo concetto che è a sua volta esplicitato all'art. 9 cpv. 1 Allegato I ALC, secondo cui il lavoratore dipendente cittadino di una parte contraente non può ricevere sul territorio dell'altra parte contraente, a motivo della propria cittadinanza, un trattamento diverso da quello riservato ai lavoratori dipendenti nazionali per quanto riguarda le condizioni di impiego e di lavoro, in particolare in materia di retribuzione, licenziamento, reintegrazione professionale o ricollocamento se disoccupato. Il divieto di discriminazione riguarda sia la discriminazione diretta che quella indiretta, ossia ogni differenziazione esplicitamente basata sulla nazionalità così come qualsiasi forma di discriminazione dissimulata che, a seguito dell'applicazione di altri criteri di distinzione, porta di fatto al medesimo risultato senza che ciò sia giustificato da circostanze oggettive (CCR, sentenze inc. 16.2013.6 del 22 maggio 2014, consid. 6).
a) Per la reclamante la misura, adottata nei confronti dei soli lavoratori frontalieri, costituisce una differenza di trattamento rispetto ai lavoratori indigeni, ma non è però una discriminazione fondata sulla nazionalità. A suo parere, essendo il costo della vita in Italia meno caro rispetto a quello in Svizzera, i lavoratori frontalieri beneficiavano nel loro luogo di residenza dello stesso potere d'acquisto dei loro colleghi residenti in Svizzera. Così facendo il versamento del salario in Euro all'attore è per finire stato fondato sul criterio del suo domicilio in Italia. Se non che dagli atti risulta che tale misura è stata adottata nei confronti dei lavoratori frontalieri, ma non di quelli indigeni, tant'è che l'accordo da loro accettato prevedeva una modifica della valuta di pagamento del salario, ciò che non poteva riguardare con ogni evidenza i lavoratori residenti in Svizzera. Il provvedimento porta tuttavia di fatto al medesimo risultato come se fosse stata adottato direttamente in ragione della nazionalità del lavoratore. Contrariamente a quanto sostiene la reclamante, ciò rappresenta una discriminazione indiretta (nel medesimo senso: Tribunale cantonale del Canton Giura sentenza inc. CC 96/2016 del 10 marzo 2017 consid. 5.1; Tribunale cantonale di Basilea Campagna decisione n. 400 12 152 del 17 dicembre 2012 consid. 3.8 in: JAR 2013 pag. 430).
b) Non si disconosce che in virtù del noto accordo si possono trattare diversamente situazioni diverse senza violare il principio dell'uguaglianza di trattamento. Il fatto che il costo della vita dei lavoratori domiciliati in Italia sia diverso da quello di lavoratori residenti in Svizzera e che di conseguenza il potere d'acquisto dei primi sia superiore a quello dei secondi a causa di una sopravvalutazione del franco svizzero non è un criterio pertinente per versare salari diversi allorquando le prestazioni lavorative sono uguali o simili. In questo caso, in effetti, i lavoratori, compresi i frontalieri, hanno diritto a un salario uguale (parità di trattamento: Rebinder/ Stöckli, Berner Kommentar, 2010, n, 9 ad art. 322). Ne segue che il diverso trattamento salariale dei lavoratori frontalieri rispetto a quelli residenti in Svizzera configura una violazione del principio di non discriminazione ciò che rende nullo l'accordo (art. 9 cpv. 4 Allegato I ACL). Nelle circostanze descritte il reclamo, che non ha evidenziato nessun manifesto errore nell'accertamento dei fatti o nell'applicazione del diritto da parte del primo giudice dev'essere respinto.
9. La procedura nelle azioni derivanti da contratto di lavoro è gratuita (art. 114 lett. c CPC), salvo in caso di temerarietà processuale, circostanza non realizzata nella fattispecie (art. 115 CPC). Relativamente alle ripetibili, CO 1 chiede di riconoscergli fr. 800.–. Se non che il criterio del dispendio orario non è di pertinenza. Trattandosi di una causa patrimoniale, l'ammontare va determinato in base all'art. 11 cpv. 2 lett. a del Regolamento sulla tariffa per i casi di patrocinio d'ufficio e di assistenza giudiziaria e per la fissazione delle ripetibili (RL 3.1.1.7.1), il quale prevede che in sede di reclamo l'indennità per ripetibili va fissata “tra il 30 e il 60% dell'importo calcolato secondo il cpv. 1”, ovvero secondo l'indennità dovuta per il patrocinio davanti al Pretore. Dandosi una causa dal valore litigioso di fr. 6463.99, l'indennità per ripetibili in prima sede variava dal 15 al 25% del valore medesimo (art. 11 cpv. 1). Il Pretore l'ha calcolata in fr. 900.–, importo che non è messo in discussione da una parte né dall'altra. L'indennità per il patrocinio in appello sarebbe compresa così tra fr. 270.– (30%) e fr. 540.– (60%). In concreto, il patrocinio dell'attore davanti a questa Camera si compendia nella stesura delle osservazioni (un allegato di 10 pagine, compresa quella del frontespizio) in una controversia di una certa difficoltà giuridica. Tutto ponderato, tenuto conto anche dell'art. 13 del noto regolamento, si giustifica di riconoscere un'indennità di fr. 700.– già comprensiva delle spese e dell'IVA.
Per questi motivi,
decide: 1. Il reclamo è respinto.
2. Non si prelevano spese processuali. La reclamante rifonderà alla controparte fr. 700.– per ripetibili.
3. Notificazione a:
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– avv. ; – avv. .
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Comunicazione alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 2.
Per la Camera civile dei reclami del Tribunale d'appello
Il presidente La vicecancelliera
Rimedi giuridici
Nelle cause di carattere pecuniario che non raggiungono il valore litigioso di almeno 30 000 franchi (o almeno 15 000 franchi nelle controversie in materia di diritto del lavoro e di locazione), è ammissibile, entro trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia civile al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 72 e 74 LTF), solo se la controversia concerne una questione di diritto di importanza fondamentale (art. 74 cpv. 2). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 76 LTF. Laddove non sia ammissibile il ricorso in materia civile è dato, entro lo stesso termine, il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i motivi previsti dall'art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata in tal caso dall'art. 115 LTF.